Ogni generazione sembra avere una ragione per sentirsi perduta. C’è chi ha conosciuto la guerra, chi è cresciuto con la promessa di un futuro migliore e ha scoperto che quella promessa era molto più fragile del previsto. Ma essere perduti significa davvero non avere una strada oppure non riconoscersi in quella che altri hanno immaginato per noi?
Il 22 ottobre 2026 Fiesta, il romanzo di Ernest Hemingway, ha compiuto cent’anni. Pubblicato negli Stati Uniti nel 1926 con il titolo originale The Sun Also Rises, è diventato uno dei simboli della Generazione Perduta, quella degli scrittori e degli artisti che avevano attraversato la Prima guerra mondiale e faticavano a riconoscersi nei valori del passato.
Per il centenario, negli Stati Uniti è uscita anche una nuova edizione della Library of America, accompagnata da materiali critici e fotografici. Un’occasione per tornare a un romanzo che continua a porci domande.
Perché, a distanza di un secolo, utilizziamo ancora l’espressione generazione perduta per parlare dei giovani? E soprattutto, chi decide che una generazione è perduta?
INDICE DEI CONTENUTI
ToggleE tu, ti sei mai sentito perduto?
Ci sono libri che ci fanno domande anche cent’anni dopo. E ci sono domande che meritano una conversazione più personale. Nella mia BlogLetter gratuita ti racconto cosa leggo, cosa mi interroga e quali storie meritano, secondo me, di essere portate con noi.
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Che cosa significa Generazione Perduta?
L’espressione Generazione Perduta è legata a Gertrude Stein, scrittrice americana che viveva a Parigi e frequentava molti degli artisti e degli intellettuali espatriati nella capitale francese. Hemingway la rese celebre inserendola nell’epigrafe di Fiesta: You are all a lost generation.
Quelle parole sarebbero diventate una delle definizioni più conosciute della letteratura americana del Novecento. Indicavano soprattutto una generazione di scrittori che aveva vissuto la frattura provocata dalla Prima guerra mondiale e guardava con sfiducia alle certezze ereditate.
Il conflitto aveva mostrato quanto fossero fragili le idee di progresso, civiltà e stabilità sulle quali si era costruita una parte della società occidentale. Dopo milioni di morti e una devastazione senza precedenti, tornare alla vita di prima non era così semplice.
Eppure, sarebbe sbagliato immaginare che tutti i giovani degli anni Venti condividessero lo stesso disorientamento. La Generazione Perduta è anche una categoria letteraria e culturale, associata ad autori come Hemingway, Francis Scott Fitzgerald e John Dos Passos, non una fotografia fedele di ogni persona vissuta in quel periodo.
Quindi, una definizione può raccontare molto di un’epoca, ma non può raccontare tutto delle persone che l’hanno attraversata.
Fiesta: la storia di persone che cercano un posto nel mondo

In Fiesta, Hemingway racconta un gruppo di americani ed europei che si muovono tra Parigi e la Spagna. Frequentano caffè e locali, bevono, viaggiano, si innamorano e litigano. Sembrano avere tutto il tempo e la libertà necessari per vivere come desiderano.
Eppure, sotto questa apparente leggerezza, si avverte un’inquietudine costante.
Il protagonista, Jake Barnes, è un giornalista americano che vive a Parigi. Ha combattuto durante la Prima guerra mondiale e ne porta le conseguenze nel corpo e nella vita sentimentale. Ama Lady Brett Ashley, una donna affascinante e indipendente, ma una ferita di guerra rende impossibile vivere pienamente la relazione che entrambi desiderano.
Il loro rapporto attraversa il romanzo senza trovare una soluzione. Intorno a loro, gli altri personaggi cercano distrazioni, passioni e nuove esperienze. Il viaggio a Pamplona, durante la festa di San Fermín, porta allo scoperto gelosie, rivalità e tensioni che a Parigi sembravano più facili da nascondere.
Hemingway non costruisce una storia in cui tutto viene spiegato. Molto resta sospeso. E proprio questa scelta rende i personaggi così difficili da dimenticare.
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Jake Barnes e Brett Ashley: quando la libertà non basta
Brett è una donna che non vuole lasciarsi imprigionare dalle convenzioni sociali. Vive la propria sessualità, sceglie le proprie relazioni e rifiuta di comportarsi secondo ciò che gli altri si aspettano da lei.
È contraddittoria, talvolta egoista, spesso vulnerabile. Desidera essere libera, ma questa libertà non la protegge dalla sofferenza, né da quella che provoca agli altri.
Jake, invece, sembra avere imparato a convivere con una perdita che non può cancellare. Osserva, racconta, cerca di mantenere il controllo. Il suo distacco, però, non significa assenza di dolore.
Mi colpisce il modo in cui Hemingway lascia emergere tutto questo senza ricorrere a lunghe spiegazioni psicologiche. I dialoghi sono essenziali, i gesti contano quanto le parole e i silenzi spesso rivelano ciò che i personaggi non riescono ad ammettere.
La disillusione del dopoguerra non diventa così soltanto un tema da raccontare. Entra nella struttura stessa del romanzo, nel modo in cui i personaggi parlano, si cercano e si allontanano.
Quante volte anche noi sembriamo sapere perfettamente cosa stiamo facendo, mentre dentro abbiamo molte più domande che risposte?
Perché Fiesta è il romanzo simbolo della Generazione Perduta?
Fiesta è diventato uno dei romanzi più rappresentativi della Generazione Perduta perché mostra cosa può accadere quando i punti di riferimento di una società smettono di funzionare.
I suoi personaggi non sono privi di possibilità. Possono viaggiare, frequentare persone, cambiare città, vivere esperienze. Ma avere molte possibilità non significa necessariamente sapere che cosa farne.
La libertà, da sola, non garantisce una direzione.
Eppure, leggendo Hemingway, non vedo soltanto persone sconfitte. Vedo individui che cercano di ricostruire qualcosa, anche quando non possiedono gli strumenti per farlo. Jake trova momenti di equilibrio nella pesca, nell’amicizia e nei gesti quotidiani. Brett cerca una forma di indipendenza che la società del suo tempo fatica ad accettare.
Non sono eroi e non sono modelli da imitare. Sbagliano, feriscono e si lasciano ferire.
Forse è proprio per questo che il romanzo continua a funzionare. Hemingway non ci offre una definizione rassicurante della Generazione Perduta. Ci mostra quanto sia difficile ridurre un’esistenza a una sola parola.
Dai giovani di Hemingway ai giovani di oggi: che cosa significa avere paura del futuro?
La generazione raccontata da Hemingway aveva conosciuto una guerra devastante. Molti giovani di oggi affrontano difficoltà differenti: precarietà lavorativa, costo della casa, crisi ambientale e incertezza economica.
Non voglio mettere sullo stesso piano esperienze storiche tanto diverse. Sarebbe superficiale e finirebbe per svuotare di significato sia il passato che il presente.
Eppure, c’è una domanda che possiamo porre a entrambe le epoche: che cosa succede quando il futuro non assomiglia più a quello che ci era stato promesso?
Non si tratta soltanto di una sensazione. Secondo i dati Eurostat relativi al 2025, in Italia i giovani lasciavano la casa dei genitori a un’età media stimata di 30,2 anni, contro una media europea di 26,3 anni. È un dato che non racconta da solo le ragioni di ogni scelta, ma ci ricorda quanto il percorso verso l’autonomia possa essere lungo e condizionato da fattori economici, sociali e familiari.
Non significa necessariamente non sapere che cosa si vuole. A volte significa sapere benissimo che cosa si desidera, ma non avere ancora le condizioni per realizzarlo.
Due epoche diverse, due modi di vivere l’incertezza
| Anni Venti del Novecento | Giovani di oggi |
| Conseguenze della Prima guerra mondiale | Crisi economiche, ambientali e geopolitiche |
| Crisi dei valori tradizionali | Trasformazione dei modelli di vita e lavoro |
| Ricerca di nuovi riferimenti culturali | Ricerca di autonomia e stabilità |
| Disorientamento raccontato dalla letteratura modernista | Esperienze raccontate anche attraverso media digitali |
Questo confronto non serve a stabilire chi abbia sofferto di più. Sarebbe una competizione inutile.
Serve piuttosto a riconoscere che le difficoltà cambiano, così come cambiano le aspettative. E che nessuna generazione dovrebbe essere giudicata soltanto in base alla sua capacità di realizzare il futuro immaginato da quella precedente.
Chi decide che una generazione è perduta?
C’è una differenza sulla quale vorrei soffermarmi: sentirsi perduti non significa necessariamente essere perduti.
Nel primo caso parliamo di un’esperienza personale, di una sensazione che può accompagnarci in alcuni momenti della vita. Nel secondo, invece, stiamo attribuendo un’identità a un gruppo di persone.
Le parole ci aiutano a comprendere il mondo, ma possono anche diventare gabbie.
Definire una generazione perduta può servire a riconoscere un disagio collettivo, a portare l’attenzione su problemi che altrimenti rischierebbero di essere ignorati. Quella stessa definizione, però, può trasformarsi in uno stereotipo, soprattutto quando viene ripetuta senza chiedersi che cosa significhi davvero.
Penso che, per evitare questo rischio, dovremmo fare tre cose:
- Guardare il contesto storico. Le difficoltà di una generazione non possono essere comprese senza considerare le condizioni economiche, sociali e culturali in cui vive.
- Ascoltare le storie individuali. Due persone della stessa età possono avere opportunità, desideri e paure completamente differenti.
- Mettere in discussione le definizioni. Le etichette possono essere utili per iniziare un ragionamento, ma non dovrebbero mai sostituire la complessità della realtà.
Da scrittrice e giornalista, credo che questo sia uno degli aspetti più interessanti del rapporto tra parole e storie.
Una definizione può attirare la nostra attenzione. Una storia, invece, può costringerci a guardare più da vicino.
Ed è quello che accade con Fiesta. Possiamo parlare della Generazione Perduta di Hemingway, ma quando entriamo nel romanzo incontriamo Jake, Brett e gli altri personaggi. Non una categoria astratta, bensì persone che desiderano, sbagliano, soffrono e cercano di capire come andare avanti.
Forse la letteratura serve anche a questo: a restituire un volto e una voce a ciò che siamo abituate a riassumere con una sola parola.
Cent’anni dopo Fiesta, forse non siamo una generazione perduta
A distanza di un secolo, Fiesta continua a piacermi non soltanto per ciò che racconta del suo tempo, ma per il modo in cui mette in discussione le nostre certezze.
Hemingway non ci consegna personaggi che hanno trovato tutte le risposte. E non ci chiede necessariamente di approvare le loro scelte.
Ci mostra quanto sia complicato vivere quando i riferimenti ai quali eravamo abituati non bastano più.
Forse il problema non è che ogni generazione si senta perduta ma nasce quando cominciamo a credere che quella parola racconti tutto di noi.
Perché possiamo essere incerti senza essere incapaci. Possiamo cambiare direzione senza aver fallito. Possiamo mettere in discussione le aspettative degli altri senza rinunciare a costruire qualcosa.
La verità è che, probabilmente, non siamo una generazione perduta ma che stiamo cercando una strada che ancora non conosciamo, mentre qualcuno ha già deciso come chiamarci.
Domande frequenti sulla Generazione Perduta
Che cosa significa Generazione Perduta?
È un’espressione associata soprattutto agli scrittori americani degli anni Venti, segnati dalla Prima guerra mondiale e dalla crisi dei valori tradizionali. Fu resa celebre da Ernest Hemingway nell’epigrafe del romanzo Fiesta.
Perché Fiesta di Hemingway rappresenta la Generazione Perduta?
Perché racconta personaggi che, dopo la guerra, cercano un senso alla propria esistenza attraverso viaggi, relazioni ed esperienze, senza riuscire sempre a superare il disorientamento e la disillusione.
Perché si parla ancora oggi di generazione perduta?
L’espressione viene talvolta utilizzata per descrivere giovani che affrontano precarietà, incertezza e difficoltà nel costruire il proprio futuro. Tuttavia, è importante distinguere i contesti storici ed evitare di attribuire a un’intera generazione le stesse esperienze.
E tu, ti sei mai sentito perduto?
Ci sono libri che ci fanno domande anche cent’anni dopo. E ci sono domande che meritano una conversazione più personale. Nella mia BlogLetter gratuita ti racconto cosa leggo, cosa mi interroga e quali storie meritano, secondo me, di essere portate con noi.
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Non m’importava che cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era.
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