Ti è mai capitato di leggere una notizia e pensare: Lo sapevo, avevo ragione?
Magari parlava di un personaggio pubblico che non sopporti, di una decisione politica che non condividi o di un argomento sul quale hai già un’opinione precisa. Il titolo sembrava confermare tutto quello che pensavi. E tu, senza controllare troppo, ci hai creduto. Poi è arrivata una smentita. Ma quella prima impressione è rimasta e sarà difficile cambiarla.
Perché crediamo alle bugie, anche quando abbiamo davanti informazioni che le contraddicono?
È una domanda che ci fa riflettere sul modo in cui interpretiamo la realtà, scegliamo di chi fidarci e raccontiamo le storie. E perché la menzogna non ha bisogno dei social network per funzionare.
A ricordarcelo è Alberto Garlini con il suo nuovo noir, Credere tradire combattere. Un romanzo ambientato nella Roma del 1945, dove le notizie false si vendono e si comprano come qualsiasi altra merce.
INDICE DEI CONTENUTI
ToggleE se mettessimo in discussione le nostre certezze?
Una storia può farci cambiare idea oppure mostrarci quanto siamo affezionati a ciò in cui crediamo. Nel blog parto dai libri per interrogarmi sul mondo. Nella BlogLetter gratuita vado oltre, condividendo anche i dubbi, le domande e i pensieri che non sempre trovano spazio in un articolo.
E c’è anche un regalo per te: se ti iscrivi alla BlogLetter mensile, riceverai Quel giorno, il mio racconto dedicato a Rosemary Kennedy, tratto dall’antologia Ritratti di donne 2, curata da Sara Rattaro e pubblicata da Morellini Editore.
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Credere tradire combattere: quando le notizie false diventano merce

Roma, ottobre 1945. La guerra è finita, il fascismo è stato sconfitto, ma non tutti sono disposti ad accettarlo. Milo de Carval è un giovane fascista ancora fedele alla propria ideologia. Per sopravvivere, insieme all’amico Fede, vende informazioni inventate a uomini che si muovono tra le macerie materiali e morali del dopoguerra.
Intorno a loro ci sono reduci della Repubblica di Salò, spie, nostalgici del regime e personaggi che cercano di conservare un potere ormai perduto. Poi una giovane prostituta jugoslava viene assassinata. Quando anche Fede viene torturato e ucciso, Milo comincia a indagare. Il suo percorso lo riporta da Eva, un’ex staffetta partigiana, e lo trascina in una vicenda fatta di segreti, vendette e progetti di riscossa fascista.
Il romanzo, pubblicato da Marsilio nel 2026, utilizza gli strumenti del noir per raccontare un mondo nel quale nessuno sembra possedere una versione completa dei fatti. Garlini mette in relazione quel commercio di notizie inventate con la circolazione contemporanea delle falsità sui social.
E, allora, dovremmo chiederci: perché qualcuno dovrebbe comprare le bugie di Milo? O di altri? Forse perché, in un mondo nel quale tutto è cambiato, una storia capace di confermare le vecchie convinzioni può sembrare più rassicurante della realtà.
È una possibile chiave di lettura del romanzo, non una spiegazione di ogni comportamento umano. E apre una questione che ci riguarda ancora oggi.
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Perché crediamo alle bugie anche quando i fatti le smentiscono?
Una delle spiegazioni più conosciute arriva dalla psicologia e si chiama bias di conferma. È la tendenza a cercare, interpretare e ricordare le informazioni in modo coerente con ciò che già pensiamo. Se siamo convinte che una persona sia disonesta, per esempio, potremmo dare molta importanza a una notizia che la mette in cattiva luce e prestare meno attenzione agli elementi che la scagionano.
Non lo facciamo necessariamente in modo consapevole. Le nostre convinzioni possono essere legate alle esperienze personali, alle relazioni e all’immagine che abbiamo di noi. Metterle in discussione, qualche volta, significa ammettere di aver sbagliato.
Esiste poi il ragionamento motivato: desideri, emozioni e appartenenze possono influenzare il modo in cui valutiamo le prove. Non significa che siamo incapaci di ragionare, ma che non sempre affrontiamo un’informazione con la neutralità che immaginiamo.
Nel 2012, Stephan Lewandowsky e altri ricercatori hanno pubblicato su Psychological Science in the Public Interest uno studio di revisione dedicato alla disinformazione e alla sua correzione. La ricerca esamina un fenomeno importante: le informazioni false possono continuare a influenzare il ragionamento anche dopo essere state smentite. È il cosiddetto continued influence effect. Le correzioni possono funzionare, ma non sempre cancellano completamente l’effetto della notizia iniziale.
Ecco perché credere alle fake news non dipende soltanto dall’ingenuità. Contano la fonte, il contesto, la familiarità con un’informazione e le convinzioni precedenti.
Cinque libri sulla menzogna: quando le storie cambiano la nostra idea di verità
La letteratura non offre diagnosi psicologiche. Racconta persone, contraddizioni e scelte. Ed è proprio questa la sua forza: ci permette di osservare le conseguenze di una menzogna senza ridurle a una formula.
Ecco altri cinque libri che affrontano aspetti differenti del rapporto tra verità e menzogna.
“Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco: perché cerchiamo complotti?

Tre redattori inventano un complotto collegando vicende storiche, simboli e coincidenze. Quello che nasce come un gioco intellettuale finisce per assumere conseguenze inquietanti.
Ne Il pendolo di Foucault, Umberto Eco mostra quanto possa essere seducente una spiegazione capace di mettere ordine nel caos.
Quando siamo convinti che ogni dettaglio nasconda un significato, rischiamo di trasformare qualsiasi coincidenza in una prova.
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“L’avversario” di Emmanuel Carrère: quanto conta la fiducia?

Jean-Claude Romand ha mentito per anni sulla propria identità professionale. Le persone più vicine a lui hanno creduto alla vita che raccontava.
Questo romanzo ricostruisce una vicenda reale e terribile, interrogandosi sulla menzogna e su ciò che possiamo conoscere degli altri.
Il libro ci pone una domanda inquietante: quanto spesso crediamo a qualcuno non perché abbiamo verificato ciò che dice, ma perché ci fidiamo di lui? E la fiducia, indispensabile nelle relazioni, può anche renderci vulnerabili.
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“Operazione Shylock” di Philip Roth: crediamo alle parole o a chi le pronuncia?

Un uomo si presenta come Philip Roth e diffonde idee politiche usando l’identità dello scrittore.
In Operazione Shylock, il confine tra realtà, finzione e identità diventa instabile. Il nome di chi parla assume un peso decisivo.
È un meccanismo che riconosciamo anche oggi: una frase può sembrarci più autorevole se viene attribuita a una persona famosa o a qualcuno che consideriamo competente. L’autorevolezza di un nome, però, non sostituisce la verifica dei fatti.
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“1984” di George Orwell: chi decide che cosa è vero?
Winston Smith lavora al Ministero della Verità. Il suo compito è modificare documenti e notizie affinché il passato corrisponda alla versione imposta dal Partito.
George Orwell racconta una società nella quale il potere non si limita a nascondere i fatti: pretende di controllare ciò che le persone possono considerare vero. Qui la menzogna non serve soltanto a ingannare. Diventa uno strumento di dominio.
Il romanzo ci ricorda quanto siano importanti la memoria, le fonti indipendenti e la possibilità di contestare una versione ufficiale.
“M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati: come si costruisce il consenso?
Antonio Scurati racconta l‘ascesa di Mussolini e del fascismo, intrecciando narrazione e documentazione storica.
È un libro che permette di osservare come parole, propaganda, violenza e opportunismo politico possano contribuire alla costruzione del consenso.
Il collegamento con Garlini è interessante perché entrambi ci riportano a un periodo storico nel quale le convinzioni ideologiche hanno conseguenze concrete. I due romanzi, però, guardano a momenti diversi: Scurati racconta l’ascesa del fascismo, Garlini un mondo che continua ad aggrapparsi a quell’ideologia dopo la sconfitta.
Dalla propaganda alle fake news: cosa cambia e cosa rimane?
Sarebbe un errore considerare la propaganda fascista e la disinformazione digitale due fenomeni identici.
Cambiano gli strumenti, la velocità di diffusione, gli attori coinvolti e le condizioni storiche. Una campagna organizzata da un regime non equivale automaticamente a una notizia falsa condivisa sui social.
Eppure, alcune domande attraversano epoche differenti.
Perché ci fidiamo di certe fonti? Perché una storia ripetuta molte volte può sembrarci familiare e credibile? Perché difendiamo alcune convinzioni anche quando incontriamo prove contrarie?
È qui che il romanzo di Garlini dialoga con il presente.
La propaganda e la disinformazione possono sfruttare convinzioni e appartenenze preesistenti. Ma chi riceve una notizia non è sempre una persona che vuole essere ingannata: può essere confusa, male informata oppure fidarsi di una fonte sbagliata.
Distinguere queste situazioni è necessario per comprendere il problema, anziché limitarsi a giudicare chi cade in errore.
Tre domande da farsi prima di credere a una notizia
Non possiamo verificare ogni informazione che incontriamo. Possiamo però imparare a riconoscere quelle che meritano un controllo in più, soprattutto quando suscitano una reazione immediata.
Io partirei da tre domande:
- Chi me lo sta raccontando? Cerco la fonte originale e controllo se altre fonti affidabili confermano la notizia.
- Perché questa notizia mi convince tanto? Provo a distinguere quello che so da quello che desidero sia vero.
- Che cosa potrebbe farmi cambiare idea? Mi chiedo quali prove sarei disposta ad accettare, anche se contraddicessero la mia opinione.
Sono gesti semplici, non soluzioni infallibili. Ma possono aiutarci a interrompere quel momento in cui smettiamo di cercare informazioni e cominciamo a cercare soltanto conferme.
La verità non sempre ci dà ragione
Il protagonista del romanzo di Alberto Garlini appartiene a un mondo sconfitto dalla Storia, eppure resta fedele alle proprie idee.
È una condizione estrema, legata a un preciso contesto politico e storico. Ma mi porta a riflettere su quanto possa essere difficile rinunciare a una convinzione nella quale abbiamo investito una parte di noi.
Forse la verità non ci interessa sempre quanto pensiamo. Non perché preferiamo necessariamente le bugie, ma perché accettare una verità scomoda può richiederci di cambiare idea.
E cambiare idea, qualche volta, è più difficile che riconoscere una menzogna.
E se mettessimo in discussione le nostre certezze?
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