Ci sono feste che raccontano l’identità di una città. E poi ci sono domande che, improvvisamente, incrinano quell’immagine luminosa.
Quando ho iniziato a riflettere su quello che sta accadendo al Carnevale di Acireale, non mi sono chiesta quanto fosse spettacolare un carro o quante presenze registri ogni anno. La domanda era un’altra, più scomoda: cosa succede quando l’inclusione diventa un dettaglio organizzativo e non una scelta politica stabile?
Questo articolo nasce da lì. Dalla sensazione che, troppo spesso, l’accessibilità venga raccontata come un gesto di buona volontà e non come un diritto. Nel 2019 un progetto aveva dimostrato che un’alternativa era possibile. Oggi, invece, si parla di un solo giorno garantito, di spazi contingentati, di associazioni costrette a dividersi ciò che dovrebbe essere strutturale.
Non ho scritto questo pezzo per chiudere il discorso. Anzi. Resta aperta una domanda più ampia: perché nel nostro Paese l’inclusione continua a dipendere dalla sensibilità del momento e non da un impegno continuativo? E soprattutto, quanto siamo disposti a considerare davvero “di tutti” gli eventi che celebriamo come simboli della nostra comunità?
Leggi l’articolo completo su Repubblica👇🏻👇🏻👇🏻
Mi auguro di averti dato dei consigli utili. Se questo articolo ti è piaciuto condividilo cliccando uno dei bottoni qui sotto o inviane il link ad un’amica o un amico cui potrebbe interessare. E se, invece, non vuoi perdere nessun articolo puoi iscriverti alla BlogLetter gratuita. In questo modo contribuirai anche a far crescere questo blog e il mio progetto. Grazie.
