Ci sono cose che avrei voluto sapere prima di iniziare a scrivere con costanza e di coltivare il sogno di diventare scrittrice. Prima di spedire un manoscritto. Prima di aspettare una risposta che, a volte, non arriva mai o, se arriva, non è quella che desideriamo.
Una di queste è che scrivere non è un percorso lineare. E che ricevere rifiuti editoriali non è una deviazione imprevista, ma una tappa possibile. Comune. Perfino inevitabile. Se stai scrivendo e stai ricevendo dei no, voglio dirtelo subito: non sei tu il problema. Non lo dico per consolarti, ma perché è spesso vero.
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ToggleCose che avrei voluto sapere prima
Quando parlo di scrittura, non parlo solo di tecnica che è fondamentale, ma anche di come si sta nel mondo quando si decide di raccontare storie. Di cosa succede quando metti qualcosa di tuo su carta e lo consegni allo sguardo di qualcun altro.
Scrivere è un atto intimo, anche quando diventa pubblico. E forse è per questo che i rifiuti nel mondo editoriale fanno così male: perché non colpiscono solo un testo, ma toccano chi lo ha scritto. Avrei voluto sapere prima che un rifiuto editoriale non è una sentenza.
Che non definisce chi sei. Dice solo che, in quel momento, quella storia non è stata scelta.
Il primo rifiuto (e quello che ti fa credere)
Ricordo bene il mio primo rifiuto. L’invio del manoscritto, l’attesa, il silenzio che sembrava allungarsi apposta. Poi la risposta. Educata. Breve. Standard.
La parte più difficile non è stato il no in sé. È stato quello che ha acceso dentro: forse non sono abbastanza. Forse sto sbagliando tutto. Qui nasce il vero problema dello scrivere e ricevere rifiuti: quando il no smette di essere un fatto e diventa un giudizio su di te.
Quando essere rifiutate diventa una voce nella testa
Se non stai attenta, quel no cambia forma.
Non riguarda più solo quel manoscritto, ma il tuo modo di scrivere. Il tuo stile. La tua voce.
E l’implicazione è sempre la stessa:
- inizi a scrivere per piacere agli altri.
- ti autocensuri
- oppure smetti del tutto, per non farti male
È una sensazione comune a moltissimi scrittici e scrittori rifiutati, non solo quelli esordenti ma anche a quelli che oggi consideriamo affermati.
Anche questi libri sono stati rifiutati dagli editori
Anche a me è successo di dubitare della mia scrittura e mi capita ancora e, quando accade, penso ai tanti libri famosi rifiutati dagli editori.
Si tratta di libri famosi che gli editori non volevano pubblicare, non perché mancasse qualità, ma perché non rientravano in logiche commerciali o di catalogo o per altri motivi legati al contesto sociale, basti pensare a Il Gattopardo o Cime tempestose.
Dietro queste storie ci sono scrittori famosi che hanno ricevuto rifiuti ripetuti, lettere standard e lunghi silenzi, prima di trovare qualcuno disposto a credere nei loro testi. Ecco qualche esempio:
Il caso più noto, ma non il primo in ordine di tempo, è La fattoria degli animali di George Orwell (1945).
Il romanzo viene rifiutato da diversi editori perché politicamente scomodo. In piena guerra, criticare certi equilibri di potere non era considerato opportuno. Il problema non era il testo, ma il momento storico.
Poco dopo arriva Il diario di Anne Frank di Anne Frank (1947).
Viene giudicato troppo intimo, troppo personale, privo di valore letterario. Raccontare la quotidianità e i pensieri di una ragazza sembrava non interessare a nessuno. Una valutazione che il tempo ha completamente ribaltato.
Nel 1967 è la volta di Cento anni di solitudine di Gabriel García Márquez.
Troppo complesso, poco commerciale, difficile da seguire. Non rientrava negli schemi narrativi dominanti. Proprio quegli elementi che lo rendevano rischioso sono diventati la sua forza.
Nel 1974 Carrie di Stephen King viene rifiutato più volte.
I no sono così numerosi da convincere l’autore di non essere capace di scrivere romanzi. Arriva a buttare il manoscritto. È sua moglie a recuperarlo e a spingerlo a riprovarci. Qui il rifiuto più pericoloso non è quello degli editori, ma quello interiorizzato.
Infine, nel 1997, Harry Potter e la pietra filosofale di J.K. Rowling viene respinto da dodici editori.
Troppo lungo, difficile da vendere, poco chiaro nel target. Non sbagliato, solo considerato poco conveniente. A crederci sarà una piccola casa editrice, quasi per intuizione.
Queste non sono eccezioni romantiche. Sono storie di libri rifiutati diventati bestseller, che mostrano una verità scomoda ma liberatoria: il rifiuto, spesso, dice molto del contesto. Molto poco di chi scrive.
Perché gli editori rifiutano i manoscritti (e cosa avrei voluto sapere)
Capire perché gli editori rifiutano i manoscritti è fondamentale per non personalizzare ogni risposta negativa.
Un testo può essere rifiutato perché:
- il catalogo è già completo
- il genere non è una priorità
- il mercato è saturo
- non è il momento giusto
Qui entrano in gioco editori e rifiuti come scelte strategiche, non come giudizi di valore. Questo fa parte del mondo dell’editoria, non della tua identità di scrittrice.
Cosa fare dopo un rifiuto editoriale
Se tornassi indietro, farei tre cose molto precise, invece di abbattermi e pensare di non essere capace. Sono anche tre modi concreti per ricevere rifiuti dagli editori e non mollare.
- Separare il rifiuto dal mio valore
Un no parla di un testo in un preciso momento, non di chi sei. - Continuare a scrivere
La perseveranza nella scrittura conta più della velocità del successo. - Cercare lettrici e lettori, non approvazione
Scrivere per essere letti cambia il rapporto con il successo letterario.
Aggiungo una quarta cosa che è scontata ma voglio dirtela lo stesso: non smettere di studiare. Questo è, per me, come affrontare i rifiuti quando scrivi.
Continuare anche quando, come altri scrittori e scrittrici, hai avuto dei libri rifiutati dagli editori
Non tutte le strade sono dritte. E non tutte portano dove pensavi di arrivare. Ma molte di quelle che sembrano sbagliate ti stanno solo chiedendo più tempo o ti fanno scoprire cose di te che non conoscevi, com’è accaduto a me.
Continuare a scrivere anche quando nessuno risponde, è già una scelta potente. A volte non serve una porta che si apra subito. Serve solo il coraggio di restare lì, un po’ più a lungo.
I rifiuti fanno parte del percorso. Anche per i grandi.
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Io gli ho dato il mio cuore, e lui lo ha preso e lo ha stretto crudelmente fino a ucciderlo.
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