Quando una donna che scriveva era un problema. Quando penso alle donne di cui parlerò in questo articolo, mi capita sempre di chiedermi una cosa. Quante storie abbiamo perso?
Non i libri arrivati fino a noi. Quelli possiamo ancora leggerli. Penso alle pagine mai scritte, ai quaderni nascosti in un cassetto, alle idee abbandonate perché una donna non aveva il diritto di studiare, pubblicare o essere presa sul serio perché non c’era alcuna parità tra uomo e donna.
Virginia Woolf scrisse che, per gran parte della storia, molte opere anonime erano state probabilmente scritte da donne. Una riflessione che nasceva dall’osservazione di quanto spesso le donne fossero escluse dalla vita culturale e costrette all’invisibilità.
Da una parte provo gratitudine verso le donne che hanno trovato il coraggio di scrivere comunque. Dall’altra curiosità per tutte quelle voci che non ascolteremo mai.
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ToggleÈ proprio qui che inizia la storia del femminismo?
Forse è proprio qui che inizia la storia del femminismo, molto prima che esistessero movimenti per i diritti organizzati o manifestazioni nelle piazze., ma con donne che chiedevano qualcosa che oggi sembra scontato: il diritto di leggere, studiare, lavorare e raccontare la propria storia e non meno importante, il diritto di voto che si ottenne grazie alle lotte delle suffragette, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In Italia il suffragio universale arrivò nel 1946.
Le protagoniste di questo articolo non erano tutte scrittrici femministe nel senso moderno del termine. Alcune vissero prima ancora che il femminismo esistesse come movimento organizzato, quando ancora i rapporti di potere tra i due sessi pendevano dalla parte degli uomini.
Prima della storia del femminismo: quando scrivere era un atto di coraggio
Oggi una ragazza che sogna di diventare scrittrice incontra molti ostacoli. Ma almeno nessuno le dirà che la scrittura è incompatibile con il suo essere donna. Tra Settecento e Ottocento la situazione era molto diversa.
L’istruzione femminile era limitata. Le donne delle classi popolari spesso non avevano accesso alla scuola, mentre quelle più privilegiate ricevevano un’educazione pensata soprattutto per renderle buone mogli e buone madri.
Leggere sì. Pensare troppo, molto meno.
Scrivere un romanzo, pubblicare un saggio o intervenire nel dibattito politico significava entrare in uno spazio considerato maschile. Per questo molte donne scrittrici pubblicavano anonimamente o utilizzavano pseudonimi.
La scrittura diventò così uno dei primi strumenti di emancipazione.
Attraverso i libri, alcune donne iniziarono a mettere in discussione idee considerate naturali: l’inferiorità femminile, la dipendenza economica dagli uomini, l’esclusione dalla vita pubblica.
Mary Wollstonecraft: la donna che osò chiedere eguaglianza
Se dovessi indicare una figura da cui partire per raccontare la storia del femminismo, sceglierei Mary Wollstonecraft.
Nata a Londra nel 1759, visse in un’epoca in cui l’idea stessa di uguaglianza tra uomini e donne appariva assurda alla maggior parte delle persone.
Eppure fu proprio ciò che ebbe il coraggio di sostenere.
Nel 1792 pubblicò Rivendicazione dei diritti della donna, uno dei testi più influenti del pensiero femminista. In quelle pagine sosteneva che le donne non fossero inferiori agli uomini per natura. Sembravano meno preparate perché venivano private dell’istruzione e delle opportunità necessarie per sviluppare le proprie capacità.
Può sembrare un’affermazione semplice. All’epoca era rivoluzionaria.
Wollstonecraft criticava un sistema educativo che insegnava alle ragazze a essere piacevoli e obbedienti invece che autonome e razionali. Chiedeva un’educazione più equa e sosteneva che le donne dovessero essere considerate esseri umani completi, non semplici decorazioni sociali.
Una frase attribuita al suo pensiero riassume bene la sua posizione: non desiderava che le donne avessero potere sugli uomini, ma che avessero potere su se stesse.
È una differenza enorme. E forse è anche uno dei motivi per cui il suo messaggio continua a essere attuale.
Olympe de Gouges: i diritti delle donne scritti nero su bianco
Mentre Mary Wollstonecraft scriveva in Inghilterra, in Francia un’altra donna stava sfidando il proprio tempo. Il suo nome era Olympe de Gouges.
La Rivoluzione francese aveva proclamato i diritti dell’uomo e del cittadino. Libertà, uguaglianza, fraternità. Parole bellissime, ma Olympe si accorse di un dettaglio: Quei diritti sembravano riguardare soprattutto gli uomini.
Così nel 1791 scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un testo che denunciava l’esclusione femminile dalla vita politica e chiedeva l’uguaglianza giuridica tra i sessi.
Olympe sosteneva che se una donna poteva essere punita come un uomo, allora doveva avere anche gli stessi diritti civili e politici. Arrivò a chiedere la partecipazione femminile alla vita pubblica e alle istituzioni.
Nel 1793 venne condannata a morte e ghigliottinata durante il periodo del Terrore. Oggi è considerata una delle prime figure della lotta per i diritti delle donne.
Storia del femminismo: le scrittrici femministe che hanno aperto nuove possibilità alle donne
Non tutte le donne che hanno contribuito al storia del femminismo nella letteratura hanno scritto manifesti politici. Alcune hanno cambiato il mondo raccontando storie.
Jane Austen, ad esempio, costruì protagoniste intelligenti, ironiche e capaci di scegliere. In un’epoca in cui il matrimonio rappresentava spesso l’unico destino possibile per una donna, le sue eroine osavano desiderare qualcosa di più.
Le sorelle Brontë si trovarono invece costrette a pubblicare sotto pseudonimi maschili. Charlotte, Emily e Anne sapevano che un nome femminile avrebbe reso più difficile essere prese sul serio. Eppure i loro romanzi hanno attraversato i secoli.
Poi c’è Virginia Woolf. Forse più di ogni altra scrittrice del Novecento ha riflettuto sul rapporto tra donne e creatività. Nel celebre saggio Una stanza tutta per sé spiegò che per scrivere una donna aveva bisogno di indipendenza economica e di uno spazio in cui poter pensare liberamente.
Una riflessione che, a ben vedere, va oltre la scrittura. Perché riguarda tutte le donne che cercano un luogo in cui la propria voce possa esistere senza chiedere il permesso e dove matrimonio e maternità erano le uniche possibilità.
George Sand: vivere libera quando una donna non poteva esserlo
Se Mary Wollstonecraft e Olympe de Gouges hanno sfidato il proprio tempo attraverso le idee, George Sand lo fece anche attraverso la propria vita.
Nata Aurore Dupin, scelse uno pseudonimo maschile per pubblicare le sue opere. Una scelta che oggi può sembrare curiosa, ma che allora rappresentava quasi una necessità. Un nome femminile rischiava di essere considerato meno autorevole ancora prima che il libro venisse letto, ma non si limitò a cambiare firma.
Visse in modo indipendente, frequentò ambienti culturali riservati agli uomini e difese il diritto delle donne a costruire il proprio percorso senza lasciarsi definire dalle aspettative della società.
Mi colpisce sempre il fatto che, quando si parla di emancipazione femminile, si pensi subito alle grandi battaglie pubbliche. Eppure, a volte, il cambiamento inizia da gesti molto concreti: scegliere come vivere, come vestirsi, cosa scrivere e chi essere. La sua esperienza dimostra come la storia del femminismo non sia fatta soltanto di manifesti politici, ma anche di scelte personali capaci di sfidare le convenzioni.
Matilde Serao: raccontare le donne che nessuno vedeva
Quando si parla di donne nella letteratura italiana, Matilde Serao meriterebbe molta più attenzione di quella che riceve.
Giornalista e scrittrice, fu la prima donna a dirigere un quotidiano italiano e fondò il giornale Il Giorno, in un’epoca in cui il giornalismo era quasi esclusivamente maschile.
Ma ciò che la rende interessante in un articolo sulla storia del femminismo non è soltanto il suo ruolo professionale. È il suo sguardo.
Nei suoi romanzi e reportage non troviamo principesse o eroine straordinarie. Troviamo donne comuni. Madri, lavoratrici, ragazze che cercano di costruirsi una vita in una società piena di limiti.
Serao osservava la realtà senza filtri. Raccontava Napoli, la povertà, le disuguaglianze e le difficoltà quotidiane con una sensibilità rara. Attraverso le sue pagine, molte donne che normalmente sarebbero rimaste invisibili trovarono finalmente spazio. E anche questo è un modo di cambiare il mondo. Perché prima di risolvere un problema bisogna imparare a vederlo.
Grazia Deledda: una donna che conquistò il Nobel
Se c’è una figura che dimostra quanto il talento possa superare i confini imposti dalla società, quella è Grazia Deledda.
Nata a Nuoro, in Sardegna, ricevette un’istruzione limitata rispetto a quella concessa ai ragazzi della sua epoca. Gran parte della sua formazione fu autodidatta. Eppure continuò a leggere, studiare e scrivere.
Nel 1926 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura, diventando la prima donna italiana a ricevere questo riconoscimento.
Le protagoniste dei suoi romanzi vivono spesso intrappolate tra desideri personali, tradizioni familiari e regole sociali rigide. Sono donne che cercano il proprio posto nel mondo. Forse è proprio questo che rende Deledda ancora così attuale.
Non scriveva manifesti politici. Scriveva esseri umani. E attraverso quelle storie riusciva a mostrare quanto le convenzioni sociali potessero influenzare la vita delle donne.
Per una ragazza nata nella Sardegna di fine Ottocento, arrivare fino a Stoccolma per ricevere il Nobel sembrava quasi impossibile. Eppure ci riuscì.
Simone de Beauvoir e il movimento femminista moderno
Con Simone de Beauvoir entriamo nel Novecento e nel femminismo contemporaneo. Se le donne che abbiamo incontrato finora avevano aperto la strada, lei contribuì a trasformare quella strada in un vero percorso di riflessione politica e culturale.
Nel 1949 pubblicò Il secondo sesso, un’opera destinata a influenzare generazioni di donne.
La frase più famosa del libro è probabilmente una delle più citate della storia del pensiero femminista:
Donna non si nasce, lo si diventa.
Con queste parole de Beauvoir invitava a riflettere su quanto le aspettative sociali contribuiscano a definire il ruolo femminile.
Al di là delle interpretazioni che ne sono state date negli anni, il suo contributo resta fondamentale perché spostò l’attenzione da ciò che le donne sono a ciò che la società si aspetta che siano.
Cosa ci insegnano oggi queste scrittrici?
Guardando le vite di queste donne emerge un filo rosso che attraversa secoli diversi. Un filo rosso che collega le prime battaglie per l’emancipazione alla moderna storia del femminismo.
La libertà di avere una voce
Tutte loro hanno scelto di parlare quando sarebbe stato più semplice tacere.
Il coraggio di occupare spazio
Molte hanno scritto in ambienti che non le volevano. Hanno pubblicato quando nessuno si aspettava che lo facessero.
Il diritto di raccontare la propria storia
Forse la lezione più importante è questa: nessuno dovrebbe decidere quali storie meritano di essere raccontate e quali no.
Storia del femminismo: oggi la parola femminismo suscita reazioni molto diverse
Per alcune persone rappresenta ancora una battaglia per l’uguaglianza. Per altre è associata a posizioni più radicali o a una contrapposizione tra uomini e donne. Eppure, tornando alle origini, si scopre qualcosa di interessante. Ripercorrere la storia del femminismo attraverso queste scrittrici aiuta a comprendere meglio da dove provengono molte delle libertà che oggi consideriamo normali.
Le donne raccontate in questo articolo non chiedevano privilegi. Non rivendicavano superiorità. Non immaginavano una guerra tra sessi. Chiedevano istruzione, libertà, dignità e la possibilità di scegliere il proprio destino. In altre parole, chiedevano di essere considerate persone complete.
Forse è questa la differenza più grande tra il femminismo delle origini e alcune interpretazioni contemporanee che occupano il dibattito pubblico. Le prime pioniere volevano conquistare uno spazio. Non sostituirsi a qualcun altro.
Per questo vale ancora la pena leggerle. Perché ci ricordano che ogni conquista nasce da una voce che trova il coraggio di farsi ascoltare.
FAQ
Chi era Mary Wollstonecraft e perché è importante nella storia del femminismo?
Mary Wollstonecraft fu una filosofa e scrittrice inglese considerata una delle madri del pensiero femminista. Con Rivendicazione dei diritti della donna sostenne che le donne meritassero la stessa istruzione degli uomini.
Perché Olympe de Gouges è considerata una pioniera dei diritti delle donne?
Perché scrisse la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, denunciando l’esclusione femminile dai diritti proclamati durante la Rivoluzione francese.
Jane Austen era una femminista?
Non nel senso moderno del termine. Tuttavia le sue protagoniste mettono in discussione molte convenzioni sociali e rivendicano il diritto di scegliere il proprio futuro.
Perché le sorelle Brontë pubblicavano con pseudonimi maschili?
Per evitare i pregiudizi che colpivano le donne scrittrici nell’Ottocento e aumentare le possibilità di essere pubblicate e lette.
Cosa significa “una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf?
È una metafora dell’indipendenza economica e della libertà creativa necessarie a una donna per scrivere e sviluppare il proprio talento.
Perché George Sand usava un nome maschile?
Per essere presa sul serio nel mondo editoriale e per conquistare una libertà che alle donne del suo tempo era spesso negata.
Chi era Matilde Serao e cosa ha fatto per le donne?
Matilde Serao fu giornalista, scrittrice e direttrice di quotidiani. Raccontò la vita delle donne comuni e contribuì a dare visibilità a realtà spesso ignorate.
Perché Grazia Deledda è una figura importante nella letteratura italiana?
Perché fu la prima donna italiana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura e dimostrò che una donna poteva raggiungere il massimo riconoscimento letterario internazionale.
Qual è il contributo di Simone de Beauvoir al femminismo moderno?
Con Il secondo sesso ha influenzato profondamente il pensiero femminista contemporaneo, analizzando il ruolo delle aspettative sociali nella costruzione dell’identità femminile.
Le storie non finiscono quando chiudi una pagina.
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Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare, perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull’indipendenza economica.
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